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Belle vere e l'ennesima voglia di imperfezione del Fashion System - Rompiamo i canoni prestabiliti della bellezza

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27/06/2011
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Dieta, infinite sudate in palestra, creme snellenti ed integratori “zero fame”: chi più chi meno, sono poche coloro che in questi giorni non stanno pensando con ansia alla temutissima prova costume. E se quest’anno, improvvisamente, il fisico filiforme non andasse più di moda? A farci venire il dubbio è stata Sua Maestà Franca Sozzani, direttrice di Vogue Italia, che, sul numero di giugno della rivista, ha dedicato alla “carne” un nutrito servizio fotografico, affidato alle mani esperte dello statunitense Steven Meisel. Titolo, Belle Vere: “È un titolo che voleva creare una controversia e iniziare una discussione. È un titolo chiaramente provocatorio. E soprattutto non vuole essere a difesa di nessuno”, scrive la direttrice sul suo blog.

Curvy è sexy!”: è questo il messaggio che vuole emergere (a detta della stessa Sozzani) dalle foto, dopo anni di figure “fruscello”, donne stampella e scheletrini ondeggianti su tacco dodici. “Sono donne che hanno una fisicità abbondante – continua la giornalista -, fatta di curve e di morbidezze. Sexy. Perché le curve hanno sempre rappresentato sin dall’antichità segno di benessere e bellezza”. Un bell’affronto da parte della “Signora dello Stile”, ad un’altra regina indiscussa della carta patinata, sua collega ed amica, Anna Wintour, che non ha mai voluto concedere nemmeno un trafiletto, sul suo Vogue America, ad una persona in sovrappeso: fu lei a negare la copertina ad Oprah Winfrey, potentissima anchor woman afroamericana, a patto che non buttasse giù una ventina di chili.


Tara Lynn, Candice Huffine e Robyn Lawley sono i nomi delle protagoniste in bianco e nero: lingerie, guêpière, tacchi a spillo e dettagli animalier contrastano fianchi e seni enfatizzati dalla luce, mentre i tre soggetti giocano maliziosamente con l’obiettivo, con mascherine piumate, gioielli e pellicce.

Dire che siano donne “vere”, forse sarà un azzardo: nonostante la taglia morbida e più reale di quella delle loro colleghe, le modelle appaiono comunque perfette, nel maquillage come nella pettinatura, ricoperte dal lusso più sfrenato e in posizione, oltre che in “abbigliamento”, non proprio consueti tra noi povere mortali.

Ma al di là delle critiche negative che sono state fatte e che, con molta probabilità, si faranno ancora, vorrei spezzare una lancia nei confronti della Sozzani. Ipocrisia? Ennesima incoerenza da parte di un mondo, come la moda, che pur avendo brevi attimi di buonismo nei confronti della “normalità” (si tratti di centimetri o chilogrammi), continua a perseverare rincorrendo un canone di bellezza a cui poche possano accedere? Forse sì. Ma almeno lo sforzo c’è stato e, soprattutto, senza che glielo imponesse nessun “dovere di cronaca”. L’imperfezione ha ottenuto le sue pagine di gloria all’interno della “Bibbia” di ogni fashion addict che si rispetti, facendo parlare di sé. Non solo: questa volta non si è scelta la foto raccapricciante di una donna solo ossa e afflitta dalla malattia. Al contrario, la discussione è nata dalla lussuria, dalle immagini di curve provocanti, che probabilmente su un’altra rivista o in uno spettacolo tv non avrebbe destato lo stesso scalpore. Quindi, ipocrisia? O forse semplice voglia di omaggiare in modo piacevole e “artistico” quelle che, al di là dei modelli, sono la vera fortuna di Sua Maestà Sozzani, le sue lettrici?
Non è l’unico modo di vedere la bellezza – dice -. Ce ne sono diverse angolature. Alte, piccole, tornite o secche: ognuno trova il suo estimatore. Perché dedicare copertina, parte del numero e rubriche a questo tipo di bellezza? Perché se le critiche sono sempre che fotografiamo solo donne troppo magre, una volta tanto vorrei essere criticata per aver messo in copertina donne molto formose. E infine ribadire che la sensualità non è questione di taglia, anzi. Che la bellezza non ha canoni prestabiliti. E che ognuno deve essere felice della propria fisicità, al di là delle mode e di quello che i pregiudizi estetici possono designare come regole”.
Ai posteri l’ardua sentenza…

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